Marco Oliver Tepoorten: uomo di frontiera

Una carriera all'americana quella di Marco Oliver Tepoorten, oggi alla testa della Holding Tepoorten e delle società Franzosini, attive nel settore dei trasporti e della logistica a livello internazionale.

Intervista pubblicata su Ticino Welcome N° 085 – Marzo / maggio 2025.

Quando arrivo per la mia intervista a Marco Oliver Tepoorten, Chiasso è deserta, l'opposto di quella Chiasso che ricordano i vecchi spedizionieri, dove i treni arrivavano colmi di merci e la città di confine viveva di commercio. Le strade non erano mai vuote e ogni famiglia contribuiva al successo di una realtà, allora, estremamente vivace.

«Effettivamente se lo chiedono in molti. È un cognome di origini olandesi, anche se i miei genitori sono tedeschi. Mio papà, come molti padri, era arrivato in Ticino per lavoro assieme a mia mamma; faceva lo spedizioniere e il mio primo posto di lavoro me l'ha trovato lui».

«Sì, a Sorengo, il 28 settembre del 1970. Inizialmente abitavo a Loreto, poi ci siamo spostati a Cassarate, Viganello e infine a Carabbia. Ero un bambino molto dinamico, non stavo mai fermo e quando potevo andavo a Lugano. A quei tempi noi ragazzini vendevamo Topolini e pietre minerali per strada, così un giorno, ero in Via Nassa, mio papà mi vide… non ho avuto modo di replicare e mi sono ritrovato in collegio, al Don Bosco di Maroggia. È stato un periodo molto duro, dove purtroppo ho perso completamente la voglia di studiare».

«Parlerei piuttosto di una nuova opportunità, anche perché, come appena detto, è stato mio papà a trovarmi il posto di apprendista, proprio qui alla Franzosini di Chiasso. Avevo quindici anni, oggi ne ho cinquantaquattro e non ho mai cambiato posto di lavoro».

Una carriera potremmo dire all'americana: da apprendista lei è arrivato a essere il proprietario della società…

«Detta in due righe sembra cosa semplice, ma sono stati anni impegnativi. Ho iniziato come dichiarante doganale, allora abitavo a Carabbia e mi svegliavo all'alba per arrivare in ufficio. Ho molti ricordi piacevoli, Chiasso era diversa, era più vivibile, c'erano molte persone legate alle spedizioni, molti trasporti venivano fatti sui binari e io stesso ho maturato una grande esperienza nei trasporti ferroviari».

«Assolutamente no, anche perché quando mio papà mi ha accompagnato io sono arrivato come "raccomandato" e quindi avevo poco da dire, dovevo solo cercare di lavorare bene. Immagino che se dovessi chiedere a un ragazzo: "ti piacerebbe fare lo spedizioniere", questo mi guarderebbe con due occhi sbarrati, perché non è il classico lavoro che ti propongono in quarta media, ma in passato si diceva che chi faceva un apprendistato da spedizioniere imparava tutto: dal commercio al relazionarsi con i clienti, era una vera e propria scuola di vita».

«Aggiungerei anche che sapevo il tedesco, lo parlavamo a casa, e questo mi è stato di grandissimo aiuto. È stato al reparto vagoni che ho scoperto di amare il contatto con la clientela, questo mi ha stimolato a cercare nuovi clienti senza che nessuno me lo chiedesse. A quei tempi il direttore si chiamava Achille Groppi, era di Rovio, era una persona vera, un uomo di frontiera, un vero spedizioniere che mi ha insegnato tutto quello che sapeva. Quando ha visto il mio sforzo mi ha dato la possibilità di passare al commerciale, avevo ventidue anni, a quei tempi la Franzosini aveva un furgone e due milioni di fatturato. Con il mio lavoro siamo riusciti, nel giro di otto anni, a portare la società a un fatturato di dodici milioni di franchi, incrementando nuovi traffici. Sono stati anni di grande crescita».

«È così, anche perché io non avevo soldi per comprare una società come questa, ma avevo un buon amico e quindi rispondo volentieri alla sua domanda. Questo mio buon amico era un fiduciario di Lugano, si chiamava Renzo Forni e consideri che quando lui aveva sessantacinque anni, io ne avevo una trentina. È stata una di quelle persone che mi ha cambiato la vita, perché è grazie alla sua fiducia, alla sua lungimiranza che oggi posso esser seduto su questa sedia».

«Dire che ho deciso di comprarla non è completamente corretto. Quando il vecchio direttore aveva lasciato ne era arrivato uno nuovo con cui non mi trovavo. Il mattino mi alzavo con il mal di pancia e così decisi di cambiare vita e aprire una società mia. Quando il vecchio direttore lo scoprì mi chiese come mai avessi preso una tale decisione. Ricordo ancora come gli risposi: "Achille, io non avrei mai fatto una cosa del genere e posso anche fare un passo indietro, ma quello che so è che voglio arrivare al lavoro con un sorriso". Non so se fu l'onestà delle mie parole o altro, ma a quel punto Achille mi allungò la mano e mi disse che mi avrebbe venduto la società. D'istinto tesi anche la mia mano, in quel momento penso non mi rendessi conto di quello che voleva dire, e gli risposi: "Va bene". Non conoscevo il prezzo, non sapevo come avrei fatto a pagarlo ed è a questo punto che è entrato in gioco il mio miglior amico, il fiduciario di Lugano».

«Perché mi era costato molto, il nome della società aveva un valore importante, affidabile. La società era stata fondata nel 1929 e ci tenevo a darle continuità».

«Assolutamente sì, il privato viene da noi quando deve effettuare uno sdoganamento, quando deve trasferirsi oppure per importare un acquisto, sia esso una vettura o una nuova cucina. Abbiamo tantissimi privati, anche nomi importanti, ricordo ancora quando abbiamo dovuto spedire a Sophia Loren, si trovava a Ginevra, un libro. Quella volta abbiamo voluto fare qualcosa di speciale, lo abbiamo consegnato di persona, con tanto di guanti bianchi. Mi è anche capitato di avere nelle mani la lista di tutti i beni di Cristiano Ronaldo, quando si doveva trasferire al Manchester United».

«Abbiamo la società madre, la nostra Holding, che si chiama Tepoorten Group SA, sotto di essa abbiamo la Franzosini Svizzera, Italia, Monaco, Inghilterra e una società che si occupa di dati per la digitalizzazione doganale, Ezdatacenter SA».

«Ho due figli, il più giovane studia al Politecnico di Losanna, mentre il maggiore ha iniziato a fare l'apprendistato qui, come me. Finito l'apprendistato ha scelto di occuparsi del commerciale, ma il Ticino gli andava stretto e ha deciso di partire. Lo ha fatto di punto in bianco, senza preoccuparsi di trovare un lavoro, era disposto a fare anche il cameriere. Così se ne è andato in Costa Azzurra, ha fatto diversi lavoretti e lì ha incontrato sua moglie, americana. Si è sposato e sono diventato nonno. Ora si occupa della Franzosini di Monaco e parallelamente acquisisce clienti a livello internazionale e segue lo sviluppo della sede inglese».

«La nostra società effettua trasporti in tutto il mondo, penso che non ci sia un'azienda in Ticino che non abbia ricevuto una nostra fattura. Non temo il futuro, lavoriamo con il mondo intero, dall'America all'Asia, il nostro compito è quello di fare arrivare la merce il prima possibile e completamente integra, senza dimenticare tutte le pratiche doganali sia in Svizzera sia all'estero di cui ci occupiamo… resto positivo».

«Non ho la pretesa di dare consigli, ma penso che il Ticino valga di più, dovremmo trovare la forza di uscire da questo luogo che io definisco la "fabbrica" della Svizzera, dove ci sono gli operai. Dobbiamo essere più attrattivi, richiamare i giovani e per farlo dovremmo alzare i salari, non fare il contrario».